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inserito il: 4-12-2009
COME AGGIUSTARE I DATI E VIVERE FELICI
di Teodoro Georgiadis

In una recente  intervista  fattami dal TG5, che i cosiddetti amici hanno immediatamente messo su tutti i siti facendo contenta la mia mamma (ha pagato per gli studi quindi…), parlavo di lisciatine ai dati. Questo termine non è particolarmente piaciuto perché evoca la parola “frode”.

Parlando di lisciatine facevo espresso riferimento ai metodi statistici che stanno a valle del dato grezzo. Io, confesso e ammetto, sono sempre stato poco convinto della scientificità assoluta del dato grezzo. Da sperimentale quasi puro (devo anche ammettere una qualche contaminazione culturale modellistica) so che con il dato ci posso fare dei giochetti. Volete un esempio? Metto la mia stazione di misura qui anziché lì. Lo faccio con l’assoluta ingenuità di chi ha studiato a tavolino una maglia assolutamente non orientata e, poi, quando vedo un barbeque vicino al mio sensore di temperatura dico “cosa ci volete fare? Sono stato sfortunato”. Ancora, posso distribuire la mia rete di dati in modo che mi faccia operativamente comodo (diminuisco i costi, ho meno problemi sindacali), e poi parlo di oggettività scientifica.

Ma questi sono giochetti che durano poco. Infatti, sicuramente tutti voi conoscete dell’indagine per ‘misconduct research’ intentata dall’università di Albany contro il Prof. Wei-Chyung Wang, vero?

No!? OK, ve la racconto!

L’IPCC sulla base di un lavoro di Jones et al. (tra gli al. ci sta il prof. Wang) ripete allo spasimo che l’influenza delle città sulla misura del riscaldamento globale è negligibile (negligibile vuol dire che conta poco o nulla, al massimo solo qualche %). Quando lo dice IPCC diventa verbo e capita che l’amico Stefano Caserini nel suo libro (del quale consiglio sempre la lettura) mi caratterizzi come quello della “balla dell’effetto dell’isola di calore” delle città. Stefano non fa nulla di scorretto. Prende l’assunto dell’IPCC e lo applica, peraltro molto simpaticamente, al mio dubbio, facendo capire che come un pirlone (lullone per i conoscitori dei film di Bisio) ci sono cascato.

Il problema è che io non ho ragionato né su statement IPCC, né su bibliografia internazionale: mi sono solo posto il problema fisico di come non si possa sentire una isola di calore di 4-8 °C, ad esempio in una Pianura Padana confinata a Nord-Nord Ovest dalle Alpi e a Est-SudEst dal Mare Adriatico, quando abbiamo di fatto cementificato tutto il territorio. E degli effetti dell’aumento delle temperature sulla fenologia me ne parla con grande conoscenza l’amico Vittorio Marletto, dell’ARPA Emilia-Romagna. Effetti contro i quali deve combattere tutti i giorni. Ma il punto qual è? E’ proprio quello dell’attribuzione: pesa piu’ la CO2 o la cementificazione del territorio? E l’amico Marletto deve fornire informazioni di grande importanza economica ai produttori, e vuole e deve capire. Così come vuole e deve capire il problema dell’acqua del proprio territorio. Così come noi dobbiamo capire che gli amici dei Servizi si debbano confrontare tutti i giorni con le Associazioni di categoria, con i produttori, con i consumatori, e come il loro successo, che è il successo del sistema Paese, dipenda dai nostri giochetti di laboratorio, dalle nostre analisi statistiche, dai nostri modelli al calcolatore.

Torniamo al caso Wang. Il solito McIntyre si accorge che nel lavoro di Jones et al., così come in un precedente lavoro di Wang, si afferma che le stazioni del network cinese non hanno subito variazioni dalla rivoluzione culturale ad oggi. Ma per piacere! In tutto il mondo hanno cambiato tutto, solo in Cina nulla è cambiato? McIntyre si procura un documento terzo e scopre che Jones e Wang quella cosa non la potevano dire. Tutto il castello IPCC sull’inesistenza di un effetto urbano va a farsi benedire. Questa non sarebbe una frode nel senso giuridico del termine. Questa è una lisciatina. E’ far capire agli altri che si ha una conoscenza della scienza maggiore di quella che abbiamo in realtà. Peccato che da queste lisciatine discendano poi decisioni politiche che influenzano le nostre vite.

E’ una frode morale. Quando da scienziato lascio che la mia visione del mondo influenzi il mio esperimento, e non lo dichiaro, commetto una frode morale nei confronti di quel pubblico che mi paga lo stipendio e che è formato da maggioranza e da minoranza. Che si fida della mia onestà professionale, che sa che non liscerei mai i dati, perché le lisciatine piacciono solo ai gatti.