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inserito il: 5-10-2009
CHI VUOLE UN MONDO SENZA CIBO?
di Luigi Mariani
“I rischi di un mondo senza cibo”: è il titolo di un articolo del professor Lester R. Brown apparso sulla rivista Le Scienze (luglio 2009). Il principale merito di tale articolo è quello di porre l’accento sul problema del cibo e più in generale delle materie prime di origine agricola, problema  enorme per la sopravvivenza stessa della civiltà umana e che si lega ai due problemi delle risorse idriche e dell’erosione dei suoli, anch’essi ben evidenziati da Brown.

Ciò detto non può sfuggire che la diagnosi di Brown trascura totalmente il fatto che da quando è nata (circa 11.000 anni fa) l’agricoltura si confronta con successo con una variabilità climatica che è ben più ampia dell’1°C in più o in meno di cui Brown parla. Ad esempio in Europa la fase calda medioevale vide le temperature aumentare di circa 2°C al di sopra delle medie attuali e la risposta fu l’estensione dell’agricoltura verso le aree alpine (come attesta l’epopea del Walser) e verso settentrione (come attesta la colonizzazione vichinga della Groenlandia).

Il confronto dell’agricoltura con l’ampia variabilità climatica propria dei climi delle medie latitudini si è sempre basato sull’innovazione nella genetica e nelle tecniche agronomiche. Faccio a questo proposito un esempio: Brown sostiene che per ogni aumento di 1°C della temperatura media la produzione delle colture diminuisce mediamente del 10%. Ciò può essere vero se si mantengono le stesse colture e varietà. E’ invece falso se un imprenditore agricolo razionale modifica la specie e/o la varietà impiegata. Ad esempio 1°C in più di temperatura consente di impiegare varietà di mais a ciclo più lungo, il che può garantire un sensibile aumento della produzione (ed analoghi esempi possono farsi per riso e frumento).
Ovviamente tutto ciò dipende dalla sufficiente disponibilità di acqua e di varietà adeguate, il che a sua volta discende dalle attività di miglioramento genetico. Da questo punto di vista il professor Brown rasenta il surreale quando rifiuta l’ingegneria genetica in nome del fatto che la stessa non sarebbe efficace in termini di incremento delle rese. Per smontare una tale affermazione basta l’esempio degli agricoltori statunitensi che con il mais geneticamente modificato (mais BT) hanno risolto da anni il problema della piralide, lepidottero parassita che ancor oggi affligge l’agricoltura europea dando luogo a partite di tale cereale inquinate da micotossine cancerogene prodotte dai funghi diffusi da tale insetto.

Anche sul piano delle tecniche agronomiche ci sarebbe un mare di cose da fare per contrastare il declino delle rese paventato da Brown. Ad esempio molti terreni argillosi italiani sono ricchi di argille di ottima qualità (montmorillonite) e dunque sono più che mai adatti ad accogliere tecniche agronomiche innovative quali il sod-seeding (semina su sodo) ed il minimum tillage (minima lavorazione), i cui grandi vantaggi sono quelli di ridurre l’impiego di risorse (es: carburante per le lavorazioni), di tutelare la sostanza organica dei suoli, di tutelare le risorse idriche e incrementare la fertilità.

Altro elemento trascurato da Brown è il fatto che la CO2 non è un veleno ma l’alimento chiave delle piante, che la tramutano in cibo e beni di consumo tramite la fotosintesi. E’ questa a mio avviso la vera rivoluzione cui è chiamata l’agricoltura del futuro e cioè quella di contribuire in modo determinante a stabilizzare i livelli di CO2 in atmosfera aumentando al contempo l’offerta di cibo e beni di consumo per tutta l’umanità.

Da tali errori di diagnosi deriva una visione dell’agricoltura cristallizzata ed incapace di reagire alle sfide di oggi e di domani. Quel che sfugge a Brown è che l’agricoltura è più che mai flessibile perché è un’attività condotta da miliardi di individui. Tale flessibilità di base (di cui l’agricoltura ha dato una prova lampante fra il 1910 ed il 1980 con la “rivoluzione verde” che ha consentito di produrre cibo per un’umanità che si è quadruplicata passando da 1.5 miliardi a 6 miliardi) può essere ulteriormente incrementata attraverso investimenti oculati nei settori della ricerca di base, dell’innovazione tecnologica e dell’assistenza tecnica ai produttori ed all’intera filiera dell’agro-alimentare.

Dalla visione pessimistica sulle potenzialità del sistema agricolo risente pesantemente  la "strategia B" di cui parla Brown. Circa i limiti palesi di una tale strategia mi limiterò a stigmatizzare il fatto che i 9 miliardi di esseri umani che nel 2050 abiteranno il pianeta non si nutrono di alberi e dunque qualcuno dovrà pur pensare - e dovrà farlo in tutta fretta visti i ritmi di crescita della popolazione - ad una strategia che miri ad incrementare sostanzialmente la produzione agricola.