| |
|
|
|
| |
|
|
| inserito il: 28-7-2009 |
| AFRICA: SFERZATE DA OBAMA, SOLDI DALLA CINA |
 |
| di Anna Bono |
 |
I paesi membri del G8 a L’Aquila hanno assunto nuovi, importanti impegni nei confronti dell’Africa dichiarando però di voler instaurare, d’ora in poi, con i governi africani rapporti di partnership, alla pari.
Hanno quindi deciso di stanziare un nuovo fondo contro la povertà per un ammontare di 20 miliardi di dollari, che dovrebbero servire in gran parte a sostenere il settore agricolo, presentando il progetto come un ulteriore e definitivo passo verso il superamento della dipendenza dell’Africa dagli aiuti internazionali: un capitale per il decollo economico del continente affinché nel volgere di pochi anni la fame diventi un ricordo del passato.
Alcuni giorni dopo, l’11 luglio, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, visitava il Ghana. Ad Accra, la capitale, ha pronunciato un memorabile discorso nel quale ha accusato senza mezzi termini gli africani dello stato di marginalità e sottosviluppo in cui versano. L’Occidente, ha affermato Obama, non ha colpa della bancarotta dello Zimbabwe, delle guerre in cui si fanno combattere i bambini, delle tante piaghe che oggi affliggono l’Africa. Ne sono responsabili i governi autoctoni che, dopo le indipendenze, hanno soffiato sul fuoco dell’odio tribale e hanno depredato i loro connazionali con pratiche sistematiche di corruzione e malgoverno: “Nessun paese può creare ricchezza se i suoi leader sfruttano l’economia per arricchirsi. Nessun imprenditore vuole investire in un paese il cui governo fa su tutto una cresta del 20%. Nessuno ha voglia di vivere in un paese in cui regnano ferocia e corruzione. Questa non è democrazia, ma tirannia anche se qualche volta si va a votare. E tutto questo deve finire”.
Come caso esemplare ha portato quello del Kenya (la patria di suo padre): nel 1961, anno di nascita di Obama, il paese che allora era ancora una colonia britannica aveva un PIL pro capite superiore a quello della Corea del Sud, mentre adesso il PIL del Kenya è di 1.240 dollari e quello coreano supera i 22.000 il che, in termini di classificazione nell’Indice dello sviluppo umano, colloca la Corea del Sud al 26° posto, su 177 paesi elencati, e il Kenya al 148°.
“Voglio vedervi non soltanto autosufficienti dal punto di vista alimentare – ha concluso il Presidente Obama rivolgendosi agli abitanti del Ghana e dell’intero continente – voglio vedervi esportare cibo in altri stati e guadagnare denaro. Lo potete fare!”
Che gli africani possano farcela è certo. Dispongono di risorse formidabili: prima di tutto, uno straordinario potenziale umano, con circa il 40% della popolazione di età inferiore a 15 anni, e immense ricchezze naturali. Ma l’80% dei bambini africani ricevono istruzione e cure inadeguate e in gran parte finiranno per vivere di espedienti, assistenza e attività economiche di sussistenza, mentre la ricchezza nazionale non serve che in minima parte a far crescere i settori produttivi moderni e per il resto va sprecata oppure usata da leader privi di scrupoli per consolidare la loro posizione politica ed economica.
Come impedire che ciò avvenga è la domanda che nessuno formula ben sapendo che non c’è risposta. Se davvero i 20 miliardi di dollari stanziati al G8 aumenteranno la produzione agricola africana e quindi il reddito delle aree rurali, manca un piano efficace per far sì che i governi smettano di approfittarne continuando a impoverire le campagne come hanno fatto finora: ad esempio, con le casse di stabilizzazione dei prezzi che hanno sottratto agli agricoltori così tanto denaro da indurli, a milioni, a tornare alla produzione di sussistenza oppure ad abbandonare i campi per tentare la sorte in città.
Non basteranno le esortazioni del presidente degli Stati Uniti, e neanche quelle di Papa Benedetto XVI, l’unico prima di Obama ad aver osato denunciare – durante il suo viaggio africano lo scorso aprile – le mancanze dei governi africani, a far rinsavire i leader avidi di potere e di denaro. Tanto più ora che la Cina e altri paesi emergenti sono disposti a compensare con i loro fondi quelli offerti dall’Occidente con più pressanti richieste di trasparenza, buon governo e democrazia.
Esemplare è il caso dello Zimbabwe. A marzo, all’indomani dell’accordo politico che, ignorando la volontà popolare espressa un anno prima con il voto, ha consentito al presidente Robert Mugabe di restare al potere, spartendolo con l'opposizione ora entrata a far parte del governo, il paese chiedeva alla comunità internazionale 6,5 miliardi di euro per un programma triennale di ripresa che peraltro non comprendeva una voce essenziale: la riattivazione delle centinaia di fattorie che fino al 2000 producevano per il mercato interno e internazionale e che adesso, dopo essere state sottratte con la forza ai loro proprietari, sono in parte incolte e in parte coltivate con magri risultati da famiglie che ne ricavano tutt’al più di che sfamarsi. Proprio per questo Stati Uniti e Unione Europea, malgrado le pressioni delle Nazioni Unite, hanno stanziato finora somme molto inferiori a quelle chieste. Il vicepresidente Morgan Tsvangirai è tornato in patria a fine giugno da un viaggio negli USA e in Europa con soltanto 350 milioni di euro in prestiti e aiuti. In compenso, qualche giorno dopo, il governo zimababwano annunciava di aver ottenuto dalla Cina crediti per 680 milioni di euro. |
 |
| |
|