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inserito il: 29-6-2009
"LEGGE SUL CLIMA" NEGLI USA, MA IL CLIMA NON C'ENTRA NIENTE
di Riccardo Cascioli

Con grande squillo di trombe è passata alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti la cosiddetta “Legge contro il riscaldamento globale”, ovvero la legge Waxman-Markey. “Un primo passo storico” l’ha definito il presidente Obama, ma non è scontato che dopo il primo ci sia anche il secondo.

Alla Camera infatti la legge è passata di misura (219-212) e ben 44 deputati democratici hanno votato contro malgrado si sia negoziato fino all’ultimo momento per avere il maggior consenso possibile. Al Senato la battaglia si annuncia ancora più dura e l’esito è tutt’altro che scontato. Senza considerare che c’è anche il rischio che lo stesso Obama ponga il veto alla legge se non saranno modificati alcuni punti.

Vediamo intanto le principali novità che la legge introduce. Anzitutto adotta la “filosofia” europea in materia, ovvero l’introduzione del “cap and trade”, cioè l’istituzione di un tetto alle emissioni di gas serra, con la possibilità per le aziende interessate di commerciare i propri crediti per le emissioni. Gli Stati Uniti si impegnano così a tagliare le proprie emissioni di gas serra del 17% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2020, e dell’83% entro il 2050. Per agevolare le industrie americane, nei primi anni del programma il 60% dei permessi di emissione saranno gratuiti.
L’altro punto qualificante è il massiccio investimento previsto per incentivare l’uso di fonti rinnovabili di energia, quali il fotovoltaico e l’eolico.

Questo approccio alla “questione clima” segna chiaramente una distanza dalla precedente amministrazione Bush, che aveva sempre rifiutato l’istituzione di un “cap”, ovvero di un tetto alle emissioni fissato in modo rigido, per gli insopportabili costi che avrebbero messo in ginocchio l’economia americana. Bush puntava invece a un coinvolgimento nell’impegno anti-emissioni dei Paesi di nuova industrializzazione – Cina, India e Brasile in testa – che nei prossimi anni saranno di gran lunga i maggiori responsabili delle emissioni di Co2.

Si tratta di una preoccupazione presente anche nell’attuale Congresso, tanto è vero che nella legge Waxman-Markey è stata introdotta una misura che renderà automatica dal 2020 l’imposizione di una tassa supplementare per l’importazione di beni provenienti da paesi che non adottano la stessa politica di riduzione delle emissioni. Ed è proprio questa la norma più controversa, perché la legge da una parte segue la retorica sulle emissioni di Co2, dall’altra promuove il più bieco protezionismo a favore dell’industria nazionale.

E’ proprio questa disposizione che mette in difficoltà Obama, perché si tratta di una misura che promette di scatenare una guerra commerciale globale. Qualche segnale è già arrivato visto che la settimana scorsa la Cina ha annunciato una riduzione nelle esportazioni di materie prime verso i Paesi occidentali, il che potrebbe mettere in gravi difficoltà diversi settori industriali, a cominciare da quello siderurgico e quello energetico.

Del resto i costi per l’industria americana – ma anche per l’agricoltura - che deriverebbero da questa legge sono talmente rilevanti da rendere utopistica la promessa di un rilancio dell’economia grazie agli investimenti nel settore delle energie rinnovabili, come l’esperienza della Spagna dimostra. Questione non secondaria, anche perché – al di là delle dichiarazioni e dei progetti sbandierati – il punto centrale, il vero obiettivo di questa legge, è la “riconversione” energetica verso un’economia spinta dalle fonti rinnovabili di energia.

E il clima? Diciamolo francamente: non c’entra niente. E’ soltanto una foglia di fico per giustificare provvedimenti che hanno altri scopi. Per capirlo basta farsi poche domande: se questa legge è davvero un passo storico per bloccare i cambiamenti del clima e salvare il nostro pianeta, come mai non ci vengono date delle cifre per misurare l’efficacia di tali provvedimenti in termini climatici? In altre parole: se la legge fosse applicata da subito negli USA e – grazie alla forza di pressione americana – fosse adottata dagli altri Paesi interessati, di quanti gradi si “raffredderebbe” il pianeta? O in che misura sarebbe frenato il riscaldamento? In fondo, è normale quando si vara una legge, ad esempio finanziaria, che si dica quanti soldi servono per fare che cosa; o, quando c’è una manovra fiscale, si afferma chiaramente qual è il fabbisogno e quanto lo Stato si aspetta dal gettito fiscale. Così anche le misure anticrisi varate in questi mesi da tutti i Paesi hanno obiettivi numericamente chiari. Ciò non toglie che le leggi possano anche fallire i loro obiettivi, ma su questo, evidentemente, ogni governo può essere misurato. In ogni caso gli obiettivi devono essere sempre numericamente enunciati e verificabili.

Ciò sembra però non valere per le politiche climatiche, dove è in ballo la salvezza del pianeta, ma non ci si azzarda a spiegarne l’efficacia. E la legge Waxman-Markey non fa eccezione. Per un semplice motivo: sul clima l’impatto di queste misure è sostanzialmente nullo. C’è però chi ha provato a fare dei calcoli per verificare l’efficacia di questa legge dal punto di vista del clima, prendendo per buoni i dati e la correlazione tra emissione di gas serra e mutamento climatico presenti nel Rapporto dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Dati che i lettori di SVIPOP sanno bene essere molto discussi e discutibili.

Ebbene, pur prendendo per buone le tesi dell’IPCC e usando gli stessi modelli climatici, la legge appena approvata dalla Camera dei rappresentanti si tradurrebbe in una riduzione di temperatura pari a 0,09°F (in °C sarebbe addirittura meno di 0,005) nel 2050. In pratica una variazione scientificamente irrilevante.

Questo non vale soltanto per la legge Waxman-Markey, ma vale anche per il pacchetto clima-energia adottato dall’Unione Europea, per il Libro Bianco della Ue sul clima e per i trattati internazionali dal Protocollo di Kyoto fino al Trattato che verrà discusso a Copenhagen a fine anno. L’allarme climatico serve a ottenere consensi a politiche energetiche ed economiche che con il clima hanno ben poco a che fare. E quando il consenso si ottiene in questo modo anziché con degli argomenti seri e razionali attorno ai temi in discussione, non è di buon auspicio per la democrazia e la libertà.