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| inserito il: 22-5-2009 |
| ONU, LO SCANDALO DEL CONSIGLIO PER I DIRITTI UMANI |
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| di Anna Bono |
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L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 12 maggio scorso ha eletto 18 membri del Consiglio per i diritti umani in sostituzione di altrettanti stati che hanno terminato il loro mandato triennale. Lo statuto del Consiglio prevede che i 47 paesi membri siano suddivisi su base regionale: 13 per l’Africa, 13 per l’Asia, 6 per l’Europa dell’Est, 8 per l’America Latina e i Caraibi e 7 per l’Europa occidentale e altri stati.
Quest’anno tutta l’attenzione è stata rivolta all’ingresso in rappresentanza di quest’ultima regione degli Stati Uniti che, per la prima volta dalla nascita del Consiglio nel 2006, hanno accettato di farne parte, ottenendo 167 voti su 192.
Neanche un commento, almeno sui principali mezzi di comunicazione italiani e da parte delle organizzazioni non governative di volontariato direttamente interessate alla tutela dei diritti umani nel mondo, è andato alle altre scelte, alcune delle quali decisamente inopportune.
La riconferma di Cina e Cuba, ad esempio, avrebbe dovuto essere contestata, se non altro, nel caso della Cina, per rispetto al Tibet, benché non manchino altri fondati motivi di critica alle istituzioni politiche di entrambi i paesi in cui la volontà popolare non ha neanche modo di esprimersi tramite il voto.
Anche la riconferma del Camerun, per l’Africa, è inaspettata. Lo scorso anno il presidente Paul Biya, al potere dal 1982, ha imposto e ottenuto dal parlamento la soppressione della norma costituzionale che, limitando a due i mandati presidenziali ricopribili da una persona, gli avrebbe impedito di ricandidarsi alla carica di capo di stato alle prossime elezioni. In seguito a ciò il 21 aprile 2008, su proposta del Fronte sociale democratico, l’unico partito ad aver votato contro la riforma della costituzione, si è celebrata in Camerun una giornata di “lutto per la morte della democrazia”. Va detto che Biya non è il primo a modificare la costituzione per non perdere il potere e a quanto pare non sarà neanche l’ultimo visto che in Niger è stato da poco annunciato un referendum per eliminare il limite dei due mandati in favore del presidente Mamadou Tanja.
D'altra parte tali modifiche costituzionali avvengono oggi con la benedizione del massimo organismo del continente, l'Unione Africana, il cui presidente, colonnello Muhammar Gheddafi, lo scorso marzo ha dichiarato che affinchè i popoli africani siano davvero liberi di scegliere i loro governanti è opportuno togliere ogni limite al numero di mandati dei capi africani.
Ciò non toglie che le presidenze a vita – lo stesso Gheddafi è al potere in Libia dal 1969 e la costituzione del paese non prevede elezioni presidenziali – non siano esattamente un modello di democrazia.
Ma ancora più inattesa e inopportuna è stata l'elezione, sempre per l'Africa, della Mauritania dove il 6 agosto 2008, per la seconda volta in tre anni, un colpo di stato incruento ha consegnato a una giunta militare il potere, portando all'arresto del presidente e del primo ministro in carica. Vane sono state da allora le proteste internazionali, le minacce di sanzioni e nemmeno la sospensione dall'Unione Africana è valsa a ripristinare le istituzioni democratiche. La giunta si è limitata a impegnarsi a indire elezioni anticipate il prossimo 6 giugno. Per candidarsi alla presidenza, il capo della giunta militare, generale Mohammed Ould Abdelaziz, ha lasciato l'esercito e ha deciso di creare un nuovo partito composto da 83 degli attuali 151 membri del parlamento. Si appresta quindi a regolarizzare la propria posizione vincendo un confronto al quale l'opposizione ha annunciato di non voler partecipare, definendo le elezioni "una carnevalata". |
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