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inserito il: 8-2-2009
IL RAPPORTO UNICEF SI Ã? DIMENTICATO DEI BAMBINI
di Susan Yoshihara
Nel suo rapporto annuale, lanciato questa settimana, l'agenzia per l'infanzia delle Nazioni Unite Unicef afferma che "Avere dei figli rimane uno dei più grossi rischi per la salute delle donne in tutto il mondo." L'Unicef dedica questa sua pubblicazione-ammiraglia, quest'anno di 168 pagine, alla questione della mortalità materna, ignorando di fatto il mandato conferito all'agenzia di occuparsi della sopravvivenza infantile. Il rapporto raccomanda un aumento al finanziamento globale delle iniziative ONU dirette alla “pianificazione familiare” e ai “servizi di salute riproduttiva” quale strada maestra per ridurre la mortalità materna, ma fornisce anche prove copiose del fatto che non esiste alcun dato veramente affidabile per suffragare le sue pretese.

Intitolato “Lo stato dei bambini del mondo 2009: salute materna e neonatale,” questo studio affronta il problema delle 536.000 morti materne e dei 4,7 milioni di neonati morti a livello mondiale, concentrandosi su Africa, Asia e America Latina. Il rapporto tuttavia delegittima profondamente di per sé la validità delle proprie statistiche, dichiarando che "esiste un alto grado di incertezza nelle percentuali di mortalità materne, per cui tutti i punti statistici andrebbero interpretati con cautela" e che “le stime di mortalità materna dell'ONU per il 2005 sono tutt'altro che perfette" indicando semplicemente "un forte impegno da parte della comunità internazionale di continuare a sforzarsi verso una maggiore esattezza e precisione".
E mentre afferma che "oltre il 99%" delle morti materne "sono avvenute nei paesi in via di sviluppo," poi seguita col sminuire come "luogo comune" l'assenza di dati a sostegno di tale affermazione. In realtà, il rapporto ammette che solo il 35% dei dati usati per creare il numero di 536.000 si basava su dati "completi/buoni". Un intero 35% dei 171 paesi studiati per creare questo numero non ha fornito "alcun dato". Un altro 20% dell'intero numero di mortalità materne veniva da "stime" e "dati incerti/scarsi".
Un'altra contraddizione del rapporto si trova nella parte dedicata all'aborto. Secondo questo studio, le complicazioni da aborto sono il fattore che meno contribuisce alla mortalità materna in ognuna delle tre regioni in via di sviluppo studiate. Al confronto, quasi il 30% delle morti materne in tutte e tre le regioni è causata da emorragie, seguite a ruota dall'ipertensione e dalla sepsi. "Altre cause", non meglio definite, spiegano quasi un terzo delle morti in Africa e un quinto delle morti in Asia e America Latina. Contraddicendo queste stesse prove, il rapporto chiede "continuità di cura" nel promuovere "i servizi di salute riproduttiva", termine usato da alcuni funzionari dell'ONU per includervi l'aborto.
Poi mette in cima agli undici interventi che raccomanda per ridurre la mortalità materna quello di “promuovere l'accesso ai servizi di pianificazione familiare, sulla base delle politiche dei singoli stati", indicando solo come priorità minori la presenza di capaci assistenti alla nascita e di cure ostetriche di emergenza. Il rapporto informa anche che nel 2005 i Capi di Stato avevano fatto della "salute riproduttiva", identificato nel "Millennium Goal 5, Obiettivo B” un obiettivo specifico, che punta a “realizzare, entro il 2015, l'accesso universale alla salute riproduttiva" e include come indicatori della riuscita verso tale obiettivo "il tasso di prevalenza contraccettiva" e "i bisogni di pianificazione familiare non affrontati".
L'UNFPA, Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, afferma invece, contraddicendo l'Unicef, che tale obiettivo fu creato nel 2008. In realtà, nel 2005 i Capi di Stato questo obiettivo lo avevano rigettato, e successivamente non hanno mai né votato né adottato alcun obiettivo di questo tipo. Questo è il secondo rapporto annuale consecutivo che l'UNICEF dedica ai diritti delle donne piuttosto che alla sopravvivenza del bambino. Gli esperti attribuiscono la trasformazione dell'Agenzia da organizzazione di servizi ad agenzia di attivisti dei diritti al fatto di aver adottato, una ventina di anni fa, un "approccio basato sui diritti". Questa fu una decisione burocratica comprendente la promozione attiva sia della Convenzione sull'eliminazione delle discriminazioni contro le donne (CEDAW) sia la Convenzione sui diritti del bambino (CRC).