Si ha spesso la sensazione che alcuni provvedimenti elaborati in ambito europeo puntino volutamente a sradicare la cultura giuridica di un paese. L’ennesima conferma ci arriva proprio in questi giorni dal Parlamento europeo di Bruxelles, dove si sta discutendo attorno ad una risoluzione che risale al 14 gennaio scorso. Lo scopo sottaciuto è quello di introdurre “nuovi diritti” ancora una volta sovvertendo, in questo contesto di grave crisi finanziaria, le urgenze d’intervento iscritte nelle agende internazionali. Illustri giuristi che in questi ultimi giorni hanno esaminato il testo della risoluzione hanno evidenziato le ormai consuete e volute ambiguità testuali. La parola d’ordine è ridenominazione. È noto come nelle carte internazionali, nei documenti prodotti spesso spariscano i riferimenti fondamentali ai valori della famiglia. Gli strumenti attraverso i quali viene compiuta questa forzatura si ricollegano spesso al metodo nominalistico. Si decide volutamente di non chiamare più le cose con il proprio nome e svuotare il significato delle aree che potrebbero creare conflitti per favorirne la diffusione. In alcuni casi si è venuta ad affermare una giurisprudenza che ha come principale scopo l’alterazione del concetto di vita e di persona. Come più volte Svipop ha sottolineato, non si parla più di diritto alla vita e di maternità, ma si parla di diritti della salute riproduttiva. Anche all’interno della risoluzione del 14 gennaio, non passa inosservato il paragrafo in cui l’Unione europea riprende gli Stati membri che continuano “a sottrarsi ad un controllo comunitario delle proprie politiche e pratiche in materia di diritti dell’uomo e cerchino di limitare la protezione di tali diritti ad un quadro puramente interno”. Il dubbio sollevato dagli esperti è che attraverso questo passaggio si cerchi di minare alla capacità di controllo sui diritti da parte degli Stati che dovrebbero così smettere di occuparsi di diritto alla salute, di famiglia, di previdenza sociale, con una grande riduzione della capacità d’intervento da parte degli Stati nella tutela dei diritti. Tutto ciò sarebbe in contrasto con quanto si afferma nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Non da ultimo la risoluzione si preoccupa anche di garantire il rispetto di tali diritti anche all’interno delle “istituzioni chiuse”, pretendendo così di esercitare una funzione di controllo e vigilanza nei luoghi in cui si svolge la vita sociale della gente, ovvero associazioni, chiese, famiglia in primis. Il termine volutamente generico fa capire come si cerchi di non scoprire le carte e, quindi, le reali intenzioni. “Oggi c'è la tendenza a fare della teoria del diritto una sorta di supermarket dei diritti, in cui i diritti finiscono per creare una dispersione dell’umano, in cui nessuno si sente tutelato", afferma il Vicepresidente del Parlamento europeo Mario Mauro, che ha presentato una serie di emendamenti allo scopo modificare le ambiguità presenti all’interno del testo della risoluzione. "Questa è la frontiera estrema di un complesso di norme che erano state generate per uno scopo, ma che poi ne hanno raggiunto un altro. Chi si forma nella giurisprudenza deve avere il desiderio di riannodare dei fili. La casistica è minima, ma potremmo fare una lunghissima teoria di casi insoluti che sono alla cronaca da molto tempo”. Attraverso un’operazione esclusivamente politica, si cerca ancora una volta di imporre il rispetto delle ideologie che mirano all’introduzione dei “nuovi diritti” anche da parte della Chiesa, delle comunità religiose e, allo stesso tempo, delle famiglie e delle associazioni, nei luoghi cioè dove queste nuove priorità non troverebbero spazio. |