È tempo di bilanci. Freedom House, l’autorevole organizzazione non governativa fondata negli Stati Uniti nel 1941 per promuovere la diffusione di libertà e democrazia nel mondo, ha pubblicato l’anteprima del proprio consueto rapporto annuale. Nel 2007 – l’anno considerato – il numero di paesi classificati “liberi” in base ai parametri adottati risulta invariato rispetto all’anno precedente: 90 su 193 esaminati. In termini assoluti il numero degli “uomini liberi” è aumentato leggermente: da 3,005,2 miliardi a 3,028,2; tuttavia, in percentuale, si è verificata una diminuzione: dal 45,97% del 2006 al 45,85%. Oltre metà della popolazione mondiale, dunque, continua a vivere in condizioni di totale o parziale mancanza di libertà e democrazia.
Se poi si considera che oltre un miliardo di “uomini liberi” sono di nazionalità indiana, il bilancio già critico peggiora sensibilmente. L’India infatti, benché passata nel 1998 dallo status di nazione “parzialmente libera” a quello di “libera” in ragione di una positiva valutazione delle sue istituzioni democratiche, tuttora tollera il sistema delle caste, che limita la libertà di tutti e condanna i dalit, i fuori casta, a una sorte di reietti. Inoltre vi si pratica una crudele discriminazione sessuale, responsabile di aborti selettivi e infanticidi con cui in 20 anni sono state soppresse circa 10 milioni di femmine, di matrimoni combinati e forzati, imposti a donne spesso poco più che bambine, e persino di casi sporadici ma sempre troppi di sati, l’antica tradizione indu che costringe le vedove a morire bruciate vive sulla pira dei mariti defunti. L’India per di più è terra di lotte di religione che sempre più spesso, con l’affermarsi dell’integralismo indu, colpiscono le comunità cristiane, punite per l’ostinazione con cui si dedicano al bene di uomini e donne includendo i fuori casta nelle loro indiscriminate attività assistenziali e di promozione sociale.
Tornando al rapporto 2008, non sono soltanto le variazioni minime nei dati ad allarmare, ma anche e soprattutto i numerosi ostacoli all’affermazione dei valori di libertà registrati: secondo Freedom House, tra il 2006 e il 2007 sono stati compiuti passi indietro in circa un quinto degli stati del mondo. Talmente tanti sono stati gli attentati alla democrazia da indurre i ricercatori dell’organizzazione a domandarsi se negli ultimi due anni non sia iniziato un globale periodo negativo, una generale inversione di tendenza dopo 15 anni di progressi che dal 1992 al 2006 hanno visto i paesi liberi salire da 43 a 90.
L’interrogativo trova una prima risposta purtroppo affermativa negli eventi di un 2008 disastroso sotto questo profilo, che ha visto peggiorare la situazione politica in alcuni dei 60 stati strategicamente importanti classificati da Freedom House “al bivio”, vale a dire in una fase critica per il loro futuro politico, e in altri non inclusi in questa categoria.
Per il 2007 il rapporto cita in particolare, per la loro rilevanza regionale e planetaria, Russia, Pakistan, Kenya, Egitto, Nigeria e Venezuela tra i casi di democrazia compromessa o minacciata. L’anno si era chiuso con l’assassinio in Pakistan di Benazir Bhutto, leader del Partito del popolo pakistano, e nello stesso giorno, il 27 dicembre, con le contestate elezioni politiche in Kenya, in seguito alle quali il paese è sprofondato nella più cruenta crisi della sua storia recente, risoltasi con un compromesso tra partiti che in sostanza ha ignorato l’esito elettorale.
Da allora è stato un susseguirsi incessante di crisi che hanno confermato Asia e Africa come i due continenti più dolorosamente carenti in democrazia e rispetto dei diritti umani: Tibet, Myanmar e la gran parte delle ex repubbliche sovietiche, in Asia; Zimbabwe, Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Costa d’Avorio, Sud Africa, le crisi maggiori, ma non le uniche, in Africa.
Adesso, a ulteriore conferma delle preoccupazioni di Freedom House, il 2008 finisce in Africa con le dimissioni del presidente della Somalia Abdullahi Yusuf Ahmed e con un colpo di stato in Guinea Bissau, realizzato da un gruppo di militari guidati dal capitano Moussa Camara che, poche ore dopo la morte del presidente Lansana Conté, il dittatore che ha saccheggiato la Guinea per 24 anni, hanno preso il potere, sospeso la Costituzione e sciolto il governo formandone uno nuovo composto quasi interamente dal militari.
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