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| inserito il: 12-12-2008 |
| KENYA, SE MANCA CIBO CHIEDETE AI POLITICI |
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| di Anna Bono |
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Il 22 novembre l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura FAO ha annunciato un piano di lotta contro l’insicurezza alimentare. “Un’ambiziosa road map” – così si è espresso il suo direttore generale Jacques Diouf – del costo di quasi 34 miliardi di euro che prevede la ristrutturazione dell’organismo, da realizzarsi in tre anni, e lo svolgimento nel 2009 di un summit mondiale.
“Dobbiamo cambiare un sistema che produce insicurezza a causa delle distorsioni risultanti da sussidi all’agricoltura, dazi e altre barriere commerciali” ha spiegato Diouf annunciando il “piano d’azione”; e ha proposto ai capi di stato e di governo dei paesi membri delle Nazioni Unite di impegnarsi a versare ogni anno 24 miliardi di euro in un ‘Fondo interventi d’emergenza’ che costituirebbe una sorta di cassaforte dalla quale gli stati in difficoltà potrebbero prelevare il necessario per sopperire ai loro bisogni.
Altri organismi in questi mesi hanno attribuito l’insicurezza alimentare alla produzione di biocarburanti, alla sostituzione dell’agricoltura di sussistenza con produzioni per il mercato, all’aumento del prezzo del petrolio e ad altri fattori ancora di rilevanza mondiale e sostanzialmente imputabili all’economia di mercato e al modo di produzione capitalistico.
A ben guardare, però, le emergenze alimentari più preoccupanti del momento non dipendono dai suddetti fattori: tutt’al più ne sono aggravate. In Kenya, ad esempio, oltre il 44% della popolazione non è in grado di procurarsi la quantità minima di cibo necessaria a sopravvivere. Alle cause di povertà di carattere generale solitamente addotte, si aggiungono gli effetti negativi delle violenze post elettorali di inizio anno, che hanno costretto circa 250.000 persone a lasciare case e raccolti riducendo la produzione agricola, e della persistente siccità che da sola compromette la sopravvivenza di circa quattro milioni di persone, concentrate in gran parte nei distretti settentrionali dove il 97% della popolazione non dispone di risorse alimentari sufficienti.
In seguito ai disordini di gennaio-febbraio, il prezzo della farina di mais, alimento base nazionale e per molti unico nutrimento per giorni interi, era rapidamente raddoppiato raggiungendo gli 80 centesimi di scellino kenyano (pari a circa 0,80 euro) per un pacco da due chilogrammi. Proprio mentre i dati sulla povertà venivano pubblicati dall’Istituto di statistica kenyano – era la seconda metà di novembre – il prezzo saliva a 120 centesimi in una sola settimana e nel frattempo trapelava e poi diventava di dominio pubblico la notizia che responsabile del fenomeno non era tanto la scarsità di mais, quanto un’operazione speculativa realizzata da parlamentari e imprenditori corrotti. In sostanza dei deputati, falsificando documenti del ministero dell’agricoltura, avrebbero autorizzato la vendita a commercianti complici di ingenti quantità di mais di proprietà dello Stato, riducendone drasticamente le riserve, ridotte da quattro-sei milioni di sacchi a 1,2 milioni.
Quel mais veniva poi venduto ai mulini a prezzi molto elevati: di qui l’aumento vertiginoso del prodotto al dettaglio. Per rimediare, il governo ha disposto l’importazione di mais senza dazi, ha fissato un prezzo di vendita delle riserve nazionali e ha proibito ai mulini di rifornirsi direttamente dai produttori riservando l’acquisto dei raccolti al National cereals and produce board. |
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