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| inserito il: 20-10-2008 |
| MEDIO ORIENTE, LO SVILUPPO SE NE VA CON I CRISTIANI |
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| di Anna Bono |
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Bab Touma, un quartiere di Damasco, Siria, tutto popolato da cristiani, è il rifugio dei profughi cristiani dall’Iraq; strade e negozi sono però sempre affollati di donne e uomini islamici. “Se venisse qui quando sono aperte le scuole noterebbe anche coppiette di adolescenti musulmani che passeggiano mostrando una timida intimità: i ragazzi si danno appuntamento in questo quartiere, dove non si sentono sorvegliati”. A parlare è monsignor Elias Tabé, vescovo siro cattolico di Damasco, rivolgendosi a Rodolfo Casadei, giornalista italiano inviato speciale della rivista Tempi. L’intervista al vescovo è contenuta nel libro Il sangue dell’agnello, edito da Guerini e Associati, in cui sono raccolti i reportage in Turchia, Giordania, Libano, Siria e Iraq con cui Casadei tra il 2006 e il 2008 ha documentato la vita dei cristiani perseguitati in Medio Oriente.
Responsabile della persecuzione è l’islam radicale che sta costringendo decine di migliaia di cristiani a fuggire lasciando casa e lavoro per cercare scampo alla violenza. In Siria, a seconda dei periodi, quelli irakeni variano da 60.000 a 100.000, in Libano sono circa 25.000 e altrettanti in Giordania: molti sperano di emigrare negli Stati Uniti o in altri paesi occidentali e alcuni ci riescono Quasi tutti vivono in condizioni mortificanti di indigenza e dipendenza dagli aiuti caritatevoli di parenti, istituti religiosi e organismi di assistenza internazionale ai profughi. A ciò si aggiunge spesso la preoccupazione di un permesso di soggiorno limitato e quindi del rischio di essere rimandati in patria.
Ma che cosa succede nei villaggi e nelle città dalle quali sono fuggiti? Se poco si sa della vita dei profughi e degli sfollati cristiani (e il libro di Casadei colma in parte un vuoto d’informazione), ancor meno si sa dei cambiamenti che l’esodo forzato dei cristiani determina nei loro paesi d’origine.
Uno spiraglio lo apre con la sua testimonianza il vescovo di Damasco: “Ho visitato recentemente un villaggio – Mardin, nel sud della Turchia, vicino al confine con la Siria – dove in passato c’erano molti più cristiani che poi sono tutti emigrati in città o all’estero. I musulmani mi hanno detto: ‘Da quando non ci sono più i cristiani qua non c’è più vita’. Infatti quando il villaggio era popolato di cristiani le donne musulmane circolavano liberamente, perché i cristiani lasciavano uscire di casa sole le loro mogli; ma da quando i cristiani se ne sono andati le donne musulmane devono restarsene in casa se non sono accompagnate. I musulmani – conclude il vescovo – apprezzano in noi cristiani la maggiore libertà delle relazioni sociali, i costumi più dolci”.
Ma non è soltanto una questione di “costumi più dolci”. Quando i cristiani se ne vanno, i paesi islamici perdono importanti risorse economiche e culturali. È talmente vero che nel Medio Oriente è diffusa la convinzione che esista un complotto internazionale volto a svuotare i paesi arabi della loro élite culturale: “Quando saranno rimasti solo gli islamici – spiega Monsignor Tabè – la qualità del governo e il dinamismo economico dei nostri paesi crolleranno e per le potenze mondiali sarà più facile dominare questa parte del mondo”. Dello stesso parere era anche Monsignor Paulos Faraj Rahho, l’arcivescovo di Mosul sequestrato e ucciso dai terroristi islamici irakeni all’inizio del 2008: “I poteri internazionali, con le loro azioni, hanno determinato la fuga dei cervelli, più di un terzo dei quali sono cristiani. L’Iraq sotto un potere islamico oscurantista sprofonderà nella povertà e nell’impotenza e i poteri internazionali potranno dominarlo meglio”.
E poi c’è un terzo fattore della presenza cristiana: le opere sociali e la disponibilità a offrirle a tutti, indiscriminatamente. A spiegarlo a Rodolfo Casadei è monsignor Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk, Iraq: “I cristiani sono apprezzati per le loro opere sociali, rivolte e aperte a tutti: scuole, ospedali, opere di carità. In molti paesi – non tutti – le scuole della Chiesa latina sono state nazionalizzate, ma esistono quasi ovunque scuole cristiane istituite dalle Chiese orientali e queste sono le uniche scuole dove cristiani e musulmani studiano e crescono insieme su un piede di parità. Molte persone si rendono conto che l’esodo dei cristiani rappresenta un impoverimento per il Medio Oriente”.
Ma tante altre persone pensano invece che proprio questa caratteristica delle comunità cristiane costituisca un pericolo e vada contrastata: e non soltanto in Iraq. La ragione della violenza indu contro i cristiani nello stato di Orissa, dove continuano le aggressioni da mesi, sono i dalit, i reietti ‘intoccabili’ che il sistema delle caste indiano relega ai margini della vita sociale ed economica e che invece i cristiani si impegnano a riscattare con l’istruzione e l’assistenza sanitaria combattendo le discriminazioni istituzionalizzate di cui sono oggetto. Per questo nell’Orissa sono numerose le conversioni, soprattutto nel 40% della popolazione dalit.
Da sempre e ovunque lo scandalo del cristianesimo è l’affermazione della piena dignità e il valore di ogni persona contro sistemi arcaici che fanno dipendere i diritti dallo status. In India ne risulta scardinata la struttura sociale delle caste, in Africa quella tribale dei lignaggi. La missionaria laica italiana Annalena Tonelli è uno dei tanti martiri cristiani di quel continente. È stata assassinata cinque anni fa nel Somaliland dove aveva realizzato delle strutture sanitarie per la cura della tubercolosi. “E’ stata uccisa perché curava tutti” aveva spiegato il vescovo di Gibuti all’indomani dell’attentato: e voleva dire senza tener conto del clan e del lignaggio d’appartenenza dei pazienti, ospitando nei propri presidi sanitari pastori e agricoltori senza discriminazioni. Due anni dopo, in Kenya, per la stessa ragione è stato ucciso monsignor Luigi Locati, vicario apostolico di Isiolo. Ha pagato con la vita la determinazione ad accogliere nella scuola secondaria da lui costruita, con fondi donati dalla diocesi italiana di Vercelli, studenti di ogni etnia e religione, mentre le tribù islamiche che costituiscono la maggioranza nella regione pretendevano che l’accesso alla scuola fosse riservato a loro.
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