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| inserito il: 27-9-2008 |
| AFRICA: RIFIUTATI I VACCINI RIESPLODE LA POLIO |
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| di Anna Bono |
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All’inizio di settembre si è svolta a Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo, una conferenza dedicata al problema della poliomielite che ha riunito esperti e personalità politiche di alcuni stati dell’Africa centrale. Obiettivo dell’evento è stato elaborare un piano per fermare entro fine anno la diffusione della malattia e sconfiggerla del tutto entro il 2010. Fondamentale a tal fine è la realizzazione di un programma di vaccinazioni su scala regionale per le quali l’Organizzazione mondiale della sanità ha garantito il proprio sostegno.
La notizia induce a una riflessione amara perché in Africa centrale, e in altre regioni del continente, in realtà si sta tentando di contrastare la ricomparsa della malattia dopo che era stata debellata e si fanno i conti con il fallimento di un progetto pagato a caro prezzo sia in termini di risorse finanziarie spese sia, fatto ancora più grave, in termini di vite umane compromesse. Nel 1988 l’Unicef e l’Oms lanciavano una campagna mondiale di vaccinazioni grazie alla quale nel 2003 la malattia risultava endemica soltanto in sei stati contro i 125 del 1988.
Per quel che riguarda l’Africa, nel 1996 era stato varato un ulteriore progetto intitolato "Fuori la poliomielite dall’Africa", che si proponeva di raggiungere l’obiettivo entro un decennio. In effetti sette anni dopo si era passati da una media di 205 casi al giorno a 388 nell’arco dell’intero anno in tutto il continente. Visti questi eccellenti risultati, l’Oms aveva data per certa l’estinzione della malattia entro il 2004.
Ma non si erano fatti i conti con la Nigeria dove invece nei primi nove mesi del 2003 si registrava il numero più elevato in assoluto di nuovi ammalati, 178. Risultò che in certe regioni del paese era stato possibile raggiungere soltanto il 16 per cento dei bambini. Ma soprattutto il problema era che gli stati settentrionali di Zamfara e di Kano avevano sospeso del tutto le vaccinazioni dall’inizio del 2003. Il focolaio resistente si trovava proprio nel Kano dove, in controtendenza rispetto al resto del mondo, nel 2003 si ebbe un incremento della malattia del 30 per cento.
Pochi mesi dopo venivano scoperti una dozzina di casi in Burkina Faso, Ghana, Niger e Togo attribuiti alla diffusione del virus nigeriano fuori controllo e un caso si verificava anche in Costa d’Avorio (il primo dopo tre anni). L’Unicef, di comune accordo con l’Oms, decideva allora di realizzare in Nigeria e in altri nove paesi dell’Africa occidentale una campagna d’emergenza che in tre giorni, a partire dal 23 febbraio 2004, grazie alla mobilitazione di centinaia di migliaia di persone e a un investimento di 10 milioni di dollari, consentiva di vaccinare gran parte dei bambini a rischio.
Tuttavia Kano e Zamfara non autorizzavano la somministrazione del vaccino e ad essi si aggiungevano altri due stati settentrionali: il Niger e il Bauchi. La ragione dei rifiuto dipendeva dal fatto che le autorità di quegli stati, tutti a maggioranza islamica, erano convinte che la campagna antipoliomielitica in realtà fosse un complotto cristiano per avvelenare i bambini islamici. Successivamente si disse che i vaccini forniti dall’Oms contenevano sostanze che causano infertilità, cancro e AIDS e che la campagna di vaccinazione altro non era che un piano degli Stati Uniti per rendere sterili le donne musulmane: “sacrificare due, tre, quattro, cinque o dieci bambini è il minore dei mali – dichiarava il governatore del Kanu, Ibrahim Shekaru, all’agenzia stampa AP e alla Bbc – se paragonato al rischio che migliaia o milioni di donne e bambine diventino sterili”. (MISNA, 27 febbraio 2004)
Così il ceppo nigeriano del virus sopravviveva e in breve tempo provocava numerosi casi nei paesi confinanti con la Nigeria e uno persino nel lontano Botswana dove da 13 anni la poliomielite si riteneva sconfitta. A peggiore il quadro già allarmante si aggiungeva il fallimento della campagna di vaccinazione lanciata nel 2004 in Repubblica Centroafricana dovuto al deterioramento del vaccino che non era stato conservato come prescritto nei frigoriferi. Il risultato fu che il numero mondiale di bambini infettati salì a 1.255 nel 2004 e a 1.492 nel 2005, distribuiti in almeno 16 stati quasi tutti africani.
Nel 2006, dopo ben dieci anni di assenza, la poliomielite tornava a colpire anche in Namibia: il bilancio era di 128 casi accertati e 15 vittime in poche settimane, riscontrati in 11 delle 13 provincie del paese. Qui per arginare l’epidemia si ricorse a una tempestiva campagna di vaccinazione che in tre giorni raggiunse quasi il 90% della popolazione e che fu seguita da due altri “richiami” nei mesi successivi.
Inoltre il ceppo virale nigeriano aveva varcato i confini continentali. In Indonesia, già nel 2005, in un villaggio di una provincia occidentale dell’isola di Java era stato diagnosticato il primo caso di poliomielite dal 1995. Il governo aveva disposto l’immediata rivaccinazione di cinque milioni di bambini. Molto probabilmente il virus aveva raggiunto l’estremo oriente portato da emigranti o da pellegrini islamici che lo avrebbero contratto in Arabia Saudita, forse durante un pellegrinaggio alla Mecca, al contatto con dei fedeli nigeriani.
Oggi la Nigeria è l’unico paese in cui ancora la poliomielite è endemica: vi si registra il 91% dei casi africani e il 75% di quelli mondiali. Nonostante gli sforzi incessanti per avere ragione della malattia, grazie ai quali nel 2007 i contagi erano scesi a 162, dall’inizio del 2008 e in soli otto mesi i casi di poliomielite sono saliti a 612, in 23 dei 35 stati della federazione nigeriana, e l’Oms ritiene che il focolaio nigeriano abbia ricominciato a colpire anche negli stati confinanti.
Il rifiuto del vaccino continua ad essere uno dei problemi maggiori. Per fare un esempio, un capo villaggio di uno stato settentrionale è appena stato sospeso dalla carica per aver ripudiato la moglie dopo aver scoperto che lei, violando i suoi ordini, aveva fatto vaccinare i figli contro la poliomielite. Le autorità statali gli hanno imposto di riprenderla oppure verrà rimosso.
Ma non è solo la diffidenza a causare difficoltà. Secondo il professor Oyewale Tomori, consulente nigeriano dell’Oms, il fallimento delle campagne di vaccinazione dipende prima di tutto dal generale collasso del sistema sanitario di base e dalla corruzione che hanno portato le condizioni sanitarie della Nigeria ai livelli pre-coloniali. “A 20 anni dal lancio della prima campagna – spiega Tomori – la maggior parte della popolazione ricorre di nuovo ai guaritori tradizionali e alcuni dei nostri ospedali sono buoni solo per la demolizione perché chi ci entra ci muore”.
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