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| inserito il: 15-9-2008 |
| ZIMBABWE, QUANDO L'ACCORDO E' UN FALLIMENTO |
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| di Anna Bono |
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Dopo una crisi post elettorale durata mesi, il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, e Morgan Tsvangirai e Arthur Mutambara, leader delle due fazione dell’Mdc, il maggiore partito all’opposizione, hanno accettato di costituire un governo di unità nazionale del quale presto si dovrebbero conoscere struttura e organizzazione.
L’11 settembre, all’annuncio dell’accordo, molti sono stati i commenti positivi: tra gli altri, particolarmente significativo quello del Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, che si è “congratulato con le parti”, e quello altrettanto compiaciuto del governo del Sud Africa, profondamente coinvolto nelle lunghe settimane di tensione e negoziati essendo stato affidato al presidente sudafricano Thabo Mbeki il compito di mediatore. In Italia è da segnalare l’entusiasmo della agenzia di stampa missionaria MISNA che intitola il lancio d’agenzia con l’annuncio della pace fatta: “Vittoria della diplomazia pacata”.
C’è da domandarsi di che “vittoria” si tratti. Quando infatti dei leader africani, avendo constatato di non riuscire a impadronirsi del potere, si rassegnano a spartirlo con gli avversari in un “governo di unità nazionale”, quasi sempre hanno in mente l’utilità personale di continuare a disporre, mantenendo il controllo almeno su una parte dell’apparato statale, delle risorse nazionali e servirsene nel proprio interesse.
Il caso dello Zimbabwe è semmai un ennesimo, grave fallimento della diplomazia internazionale, degli organismi mondiali e regionali dimostratisi ancora una volta incapaci di difendere le istituzioni democratiche e i valori per la tutela dei quali esse sono state create.
Soprattutto ne escono sconfitti gli zimbabwani la volontà dei quali è stata del tutto ignorata. Il 29 marzo erano andati alle urne per rinnovare il parlamento ed eleggere il nuovo presidente della repubblica. Per la prima volta il partito di governo, lo Zanu-Pf, aveva perso: alla Camera i seggi conquistati da Tsvangirai, insieme a quelli della fazione minoritaria del partito guidata da Mutambara, assegnavano la maggioranza all’Mdc. Inoltre, fatto ancora più clamoroso, Tsvangirai prevaleva su Mugabe nella corsa alla presidenza aggiudicandosi oltre il 47% delle preferenze contro il 42% del presidente in carica.
Sembrava prossima la fine della lunga leadership di Mugabe, al potere dal 1980. Ma le istituzioni politiche e militari al servizio del dittatore hanno avuto la meglio. La commissione elettorale ha rimandato la pubblicazione dei risultati ufficiali per settimane mentre le forze dell’ordine intensificavano le attività intimidatorie nei confronti della popolazione. In un clima estremamente teso, la data del ballottaggio, previsto dalla costituzione nel caso che nessun candidato raggiunga la maggioranza al primo turno elettorale, è stata infine fissata al 27 giugno, quando ormai Morgan Tsvangirai aveva deciso di ritirarsi dalla competizione. Così, all’apertura dei seggi, si è presentato solo l’84enne capo di stato in carica, al quale è andata ovviamente la vittoria con ampia maggioranza.
Poco dopo sono iniziati i colloqui destinati a produrre l’attuale governo di unità nazionale già soprannominato “twin cabinet”, gemello, per l’assegnazione quasi alla pari delle cariche maggiori e minori e per l’istituzione di una doppia vicepresidenza: sia del consiglio dei ministri che della presidenza della repubblica. A peggiorare il quadro è il fatto che resta da affrontare un’altra crisi, quella economica innescata nel 2000 dall’esproprio di centinaia di fiorenti fattorie, ordinato da Mugabe, che ha determinato un disastroso crollo della produzione agricola per il consumo interno e per l’esportazione, trasformando piantagioni e campi in terreni abbandonati oppure in piccole proprietà familiari coltivate con i mezzi e i metodi assai poco produttivi tipici delle economie di sussistenza.
Secondo i dati pubblicati a luglio dall’Ufficio centrale di statistica del paese, l’inflazione, al 165.000% a febbraio, ha raggiunto e superato la vertiginosa quota di 2,2 milioni% e rilevazioni effettuate da enti privati la danno addirittura a 12,5 milioni%. Per certi articoli di prima necessità l’incremento è ancora maggiore: il prezzo del sapone da bucato è aumentato di 70 milioni%, quello dell’olio da cucina di 60 milioni% e quello dello zucchero di 36 milioni%. Una pagnotta di pane costa circa 100 miliardi di dollari zimbabwani. Ancora nel 2006, lo Zimbabwe produceva sapone e olio da cucina per il fabbisogno interno, oggi, insieme ad altri generi di base, li importa da Egitto, Iran, Malesia, Cina e Sud Africa.
I tre leader ora ai vertici politici hanno immediatamente chiesto aiuto finanziario alla cosiddetta “comunità internazionale” per rendere stabile l’accordo raggiunto. Altri programmi economici per ora non ce ne sono.
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