Gli esportatori agricoli dell’Uganda hanno chiesto al presidente Museveni di fermare l’annunciato progetto di riutilizzo del DDT nella lotta contro la malaria. L’appello non è per motivi di salute, ma semplicemente perché il rappresentante della Ue in Uganda ha già fatto sapere che i prodotti agricoli ugandesi saranno boicottati in Europa non appena comincerà l’uso del DDT.
L’appello al presidente, che porta la data del 25 aprile, sostiene che per evitare il boicottaggio della UE non è sufficiente limitare l’uso del DDT ai locali chiusi, come assicurato dal governo. L’appello è firmato dai rappresentanti di organizzazioni che esportano prodotti tradizionali e non tradizionali. Da anni ormai le esportazioni agricole non tradizionali hanno superato la produzione di cilture tradizionali come caffè, tè, tabacco e cotone. Le esportazioni di prodotti non tradizionali (latticini, miele, prodotti biologici, pesce) sono cresciute dai 182 milioni di dollari nel 1998 ai 408 milioni di dollari nel 2004, mentre le esportazioni di i prodotti tradizionali sono scese nello stesso periodo da 353 a 245 milioni di dollari.
Cifre che per l’Europa possono essere marginali, ma che sono decisive per l’Uganda. Il fatto è che il ricatto della UE è stato lanciato malgrado la decisione del governo ugandese sia in perfetta sintonia con gli accordi presi in sede di Organizzazione Mondiale del Commercio. Tom Vens, rappresentante del Settore economico e commerciale della delegazione UE in Uganda ha detto do aver “avvisato il governo ugandese del rischio cui va incontro se andrà avanti nella decisione di usare il DDT”. Non ci sarà ovviamente un bando ufficiale dei prodotti agricoli ugandesi, ha spiegato Vens - anche perché sarebbe in palese contrasto con gli accordi commerciali internazionali – ma le organizzazioni dei consumatori reagirebbero sicuramente. Insomma, un vero avvertimento mafioso che aggira le leggi internazionali facendosi scudo delle associazioni dei consumatori. Vale a dire che, se l’Uganda persisterà nella sua decisione, dobbiamo aspettarci il solito circo di ecologisti che creerà il solito allarmismo alimentare per provocare il terrore dei consumatori.
Il governo ugandese per ora ha risposto che andrà avanti perché “il nostro programma è all’interno di un accordo del WTO e non c’è nulla di nuovo. Spruzzeremo soltanto in locali chiusi e ciò significa che il DDT non entrerà in contatto con la catena alimentare. E nello stesso tempo il governo ha già avviato una campagna di educazione al pubblico sull’uso del pesticida”. L’ostinazione del governo ugandese è ben comprensibile: la malaria uccide ogni anno nel mondo da 1 a 3 milioni di persone, 70% delle quali sono bambini minori di 5 anni. Il 90% delle vittime si trova nell’Africa sub-sahariana e l’Uganda ha uno dei più alti tassi al mondo di malati di malaria, con circa il 93% della popolazione a rischio. La malaria inoltre causa ogni anno perdite per 12 miliardi di dollari per produttività perduta.
Mentre il DDT si è rivelato l’unica arma efficace per combattere definitivamente la malattia – come avvenuto del resto in Europa -, il prodotto è stato messo fuorilegge nel mondo all'inizio degli anni '70 dopo una fortissima quanto scientificamente infondata campagna ecologista che accusava il DDT di danni permanenti all’ambiente e alla salute delle persone. In realtà non c’è mai stata alcuna evidenza scientifica sui rischi connessi all’uso del DDT: in questo senso si pronunciò nel 1972 anche un giudice amministrativo dell’EPA (l’Ente americano per la protezione dell’ambiente) dopo sette mesi di inchiesta e 9mila pagine di testimonianze.
Ma la verità non bastò per sconfiggere l’ideologia ecologista. Oggi alcuni Paesi africani stanno cercando di reintrodurre l’uso del DDT per fare fronte a questa emergenza sanitaria e gli Stati Uniti, con una storica decisione, il 3 maggio hanno deciso di tornare a finanziare progetti per l’uso del DDT nei Paesi dell’Africa sub-sahariana, proprio perché convinti della necessità di questo intervento per garantire lo sviluppo dell’Africa (peraltro oggi il DDT viene prodotto soltanto in India e Cina).
L’Europa invece prosegue nella sua politica ecologista sbandierando il diritto dei consumatori. Le cose stanno invece ben diversamente. Lo ha dimostrato nel settembre scorso l’associazione Africa Fighting Malaria, che è venuta in possesso di una lettera rivelatrice scritta a dei ricercatori da parte di Gerhard Hesse, capo della Bayer Crop Sciences, una divisione della Bayer AG, gigante farmaceutico e agrochimico tedesco. Nella lettera Hesse afferma che “sosteniamo pienamente il bando UE all’importazione di prodotti agricoli da paesi che usano il DDT”, ammettendo che “l’uso del DDT è per noi una minaccia commerciale”. Infatti la Bayer è tra le aziende che beneficiano della vendita di “zanzariere trattate con insetticida” che sono lo strumento anti-malaria scelto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, o meglio da una sua commissione denominata “Roll back malaria” (RBM), creata nel 1998 con l’obiettivo di dimezzare i malati di malaria entro il 2010. Obiettivo già ampiamente fallito, e secondo il Lancet, il programma RBM ha anche causato danni, tanto che in sette anni di attuazione del progetto si è registrato un aumento dei tassi di malaria attorno al 15%. Contemporaneamente però la Bayer Crop Sciences ha visto aumentare le proprie vendite di 7 miliardi di dollari e Gerhard Hesse, guarda caso, siede anche nell’amministrazione della commissione RBM. E la Eco-Europa vuole farci credere che in gioco ci sia la salute dei cittadini.
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